2) Bayle. Miracoli e leggi naturali.

Bayle affronta il tema della teodicea, collegandolo alle leggi
naturali e alla questione dei miracoli.
P. Bayle, Pensieri diversi sulla cometa, paragrafo CCXXXIV (pagina
236).

So bene che quando si vuole una cosa, si vuole anche tutto ci che
 necessariamente connesso con essa; e per conseguenza, che Dio
non potrebbe volere le leggi generali senza volere tutti gli
effetti particolari che ne devono necessariamente risultare. So
molto bene tutto questo, Signore, ma so anche che ci sono cose che
noi vogliamo, non gi a causa di queste cose stesse, ma perch
sono unite a determinate altre; e in tal caso si pu dire molto
correttamente che noi non le vogliamo affatto per una volont
particolare e diretta. Se ci  consentito giudicare delle azioni
di Dio, possiamo dire che egli non vuole affatto tutti gli eventi
particolari a causa della perfezione che si pu trovare in essi,
ma solo per il fatto che sono connessi alle leggi generali che
egli ha scelto come norme delle sue operazioni. Non c' il minimo
dubbio che quando Dio si  determinato ad agire al di fuori di s,
non abbia scelto un modo di agire assolutamente degno dell'Essere
sovranamente perfetto; cio, che fosse infinitamente semplice e
uniforme, e tuttavia di una fecondit infinita. Si pu persino
arrischiare di pensare che la semplicit e l'uniformit di un
certo modo d'agire, unite a una fecondit infinita, gli sia
apparso preferibile, anche se doveva risultarne qualche evento
superfluo, a un altro modo di agire pio complicato e pio regolare.
Nulla  pio utile di una tal supposizione per risolvere mille
difficolt che sono state fatte contro la provvidenza divina;
perci non bisognerebbe condannarla, prima di averla accuratamente
esaminata. Ora, consegue da un tal principio che Dio non ha voluto
ciascun particolare evento, se non perch era incluso nel piano
generale che egli aveva scelto; e per conseguenza, che egli non si
 proposto affatto fini particolari, quando ha colpito gli
idolatri con la peste o con la fame. E cos' sarebbe insensato
domandarsi perch Dio ha fatto cose capaci di rendere gli uomini
pio cattivi: sarebbe infatti come domandarsi perch Dio ha
eseguito il suo piano (il quale non pu essere che infinitamente
buono) attraverso le vie pio semplici e pio uniformi, e perch non
ha impedito, mediante un complicato sistema di decreti che
incessantemente interferissero gli uni sugli altri, il cattivo uso
del libero arbitrio da parte dell'uomo. Ma la questione sorge se
si suppone che la peste e la fame accadano per miracolo, perch
nei miracoli Iddio esercita una volont particolare. Allora
sarebbe lecito domandarsi come sia possibile che Dio abbia una
volont particolare il cui risultato non faccia altro che rendere
l'uomo ancor pio cattivo; e si potrebbe persino sostenere
l'impossibilit per Dio di emettere decreti di tal natura. Vedete
dunque, Signore, che essendo i miracoli volont particolare di
Dio, devono avere uno scopo degno di Lui; devono tendere cio cos'
chiaramente e distintamente a far conoscere all'uomo il vero Dio,
da non lasciare adito al minimo dubbio se sia Giove che agisca o
il Creatore delle cose. Dal che consegue che esiste una enorme
differenza fra chi dice che Dio ha cercato di scuotere i popoli
mediante segni miracolosi, e chi afferma invece che lo ha fatto
servendosi dell'azione naturale dei corpi.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
quattordicesimo, pagine 462-464.
